Da ventuno anni vivo in uno stato di emarginazione. Da sempre penso al riscatto potendo vivere come voglio. Non ho mai accettato protocolli di sorta. Io credo nella libertà soggettiva, nel rispetto, nel diritto, e quindi rispetto anche chi, avendo il potere decisionale, ha deciso di negarmi i diritti per una vita dignitosa, nascondendosi dietro la scusante comune del “è stata una tua scelta”, il che non corrisponde proprio a verità. Dopo un breve periodo, assimilabile ad un incubo, mi sono adattato facilmente. Sono il re ed il giullare della mia corte.

Sono Botta Evio e mi presento a voi, popolo di navigatori di Internet. Forse sarà un atto superfluo in quanto la mia persona è abbastanza conosciuta ai più. Credo però che di me si conoscano solamente alcuni aspetti. Proprio per questo ritengo sia necessario accingermi a farvi un mio breve CV.
Mi sono sempre reputato un uomo che ha vissuto una parte importante della propria esistenza in piena fedeltà ad alcuni principi, che tento di applicare sempre e comunque nel mio percorso di vita.
Alla fine degli anni ’80 insieme ad Evio Botta e ad altri senza fissa dimora decidemmo di dare avvio ad un movimento associativo che aveva come obiettivo principale l’apertura di una casa famiglia autogestita dagli stessi promotori. E così avvenne.
È opinione, grandemente diffusa, che quello dei S.F.D. sia uno stile di vita, scelto dagli stessi protagonisti in libertà di intenti e di pensiero.
Questa interpretazione è un travisamento della realtà; è l’autodifesa della società “civile” rispetto al problema.
Il mondo dei S.F.D. è un mondo che ruota intorno ad una dinamica specifica: quella del fallimento. Il fallimento affettivo, lavorativo, sociale.
Ma chi sono i S.F.D.?
Le case famiglia, in quanto strutture aperte all’accoglienza, sono alla base di una progettualità, che ha lo scopo di stabilire un contatto tra una struttura che permette di ritrovarsi, nel senso dell’appartenenza e dello spirito già gravemente ferito, attraverso la vita di comunità, ed un’utenza, quella dei S.F.D., che è rappresentativa della perdita di un’autonomia affettiva, relazionale e lavorativa.

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